Emanuele Trevi

Charenton 1938 - Kharkov 1986

Nei contrasti, nei chiaroscuri, nelle sfumature di terra ed acqua del bianco e nero circola una luce estiva, una luce da giornata di caldo intollerabile e cielo biancastro, accecante. "Aria pesante", come si dice: umida da fare a fette. La didascalia della foto di Boris Mikhailov indica un luogo, Kharkov, e un anno qualunque del Novecento, il 1986. Eppure, il paradosso è sempre lo stesso: più le circostanze denunciate dall'immagine sono uniche, ed irripetibili, più l'immagine appartiene al mondo intero - attinge la sua unica "universalità" davvero pensabile. In maniera molto difficile da definire verbalmente, a questa "universalità" possibile è legata l'opera del caso molto più che la presenza di questo o quel "significato". In altre parole, sembra che a Mikhailov, una volta riuscito a comunicare la sensazione visiva di quella giornata afosa, poi non interessi di sottolineare nulla di particolare all'interno dell'inquadratura. L'energia della visione, dalla quale tutto sommato dipende la riuscita del suo lavoro, si arresta sul bordo delle circostanze: le registra, ma non le interpreta. Lo sguardo non va in cerca di simboli, di archetipi, di improbabili allegorie. E del resto, ha perfettamente ragione Mikhailov: che significa la vita ? che significa un giorno d'estate ? Niente, probabilmente; niente, in ogni modo, di cui valga veramente la pena parlare, in maniera astratta. Vale la pena, semmai, scegliere l'inquadratura giusta, e creare con lo scatto l'illusione dell'attimo. Perfezione momentanea - così Oscar Wilde definisce questa forma suprema e difficilissima della bellezza. Il rapporto tra la perfezione e l'attimo è una via maestra, una vera via della seta, è da lì che transitano continuamente, nei due sensi di marcia, i desideri, le emozioni, i terrori che ci definiscono in quanto individui. Probabilmente, è il modello fondamentale, il parametro estetico della nostra conoscenza del mondo.
In primo piano, un gruppo di uomini in costume si immerge nell'acqua bassa, finalmente al fresco. Siamo in una zona industriale e periferica, dall'aria un po' abbandonata. Niente di apocalittico, comunque: siamo in un clima di normale logoramento sovietico. Svettano contro il cielo un paio di ciminiere affusolate come minareti, e dei pali della luce. I bagnanti hanno l'aria soddisfatta, anche se tutto lascia pensare che quell'acqua non supererebbe gli esami della Goletta Verde. Ma loro si prendono il fresco, alla faccia di chi gli vuole male - e questo è il bello di ogni festa, che si tratti dei raffinati figli di papà veneti del Concerto campestre di Tiziano e Giorgione, o di questi ucraini sfigatissimi, con le schiene e le spalle modellate dal lavoro, la pelle chiara. Stanno tutti attorno all'apertura di un immenso tubo di ghisa, alla bocca spalancata di una discarica, che sembra sopportare la loro presenza e le confidenze che si prendono con la pazienza e la saggezza di un pachiderma. Questo tubo vagamente animalesco, raccorda gli uomini in primo piano all'argine alle loro spalle, popolato da altra gente che prende il sole, mangia, passeggia in costume, sta ferma con le mani sui fianchi guardando chissà cosa (ma di sicuro non l'avvenire) davanti a sé.
Sarà il clima caldo e festivo che pervade l'immagine da capo a fondo, sarà un particolare più preciso -l'argine scosceso- ma questa fotografia di Boris Mikhailov, che non riesco a smettere di guardare, me ne ricorda un'altra, molto più celebre, scattata da Cartier-Bresson nel 1938. Siamo sulle rive della Marna, questa volta, probabilmente dalle parti della confluenza nella Senna, a Charenton, appena fuori Parigi. Vagabondando, Cartier-Bresson ha sorpreso una famigliola sistemata sull'argine erboso. Mangiano, credo del coniglio, e bevono vino rosso. Sono tutti rivolti verso il fiume, dall'acqua calma e immobile, e l'inquadratura li riprende di spalle. Non so se Boris Mikhailov abbia mai meditato questa fotografia di Cartier-Bresson. Ma i rapporti di somiglianza, affinità, reciproca allusione tra opere di artisti che sono all'insaputa l'uno dell'altro, credo, sono anche più affascinanti ed importanti delle filiazioni e delle influenze dirette. Entrambi i fotografi, fanno circolare nell'inquadratura una specie di melodia, di sintassi corporea per niente astratta: c'è una dolcezza, una rilassatezza particolare ai gesti e alle posizioni del riposo festivo, che si comunica da un individuo all'altro senza veramente appartenere a nessuno. A Charenton, a Kiev, come nei quadri dei grandi pittori di ispirazione festiva , i pittori di bagnanti e gite fuoriporta, come Manet e Seurat. Nella foto di Mikhailov, c'è un solo uomo, in mezzo al gruppo nell'acqua in primo piano, che guarda nell'obiettivo. E' un particolare non trascurabile, qualcosa di intenso quanto effimero che fa da perno alla visione, la prolunga oltre i limiti dell'inquadratura, ci fa partecipi di una relazione. Cartier-Bresson, come dicevo, preferisce una visione di spalle. Mi colpisce un altro particolare, mentre il mio sguardo fa la spola tra le due immagini: l'uomo che guarda nell'obiettivo, nella foto russa, indossa una scoppola chiara, identica a quella dell'uomo di spalle che fissa la Marna al centro del gruppo di Cartier-Bresson. Faccio questa fantasia: se potessi aggirare la superficie della foto, e guardare di fronte quell'uomo di spalle, ritroverei i lineamenti e lo sguardo dell'uomo di Kiev, un vero ritratto del Fayum inscritto con maestrìa in una composizione di gruppo...
Proprio nel 1938, Eugenio Montale aveva pubblicato una poesia intitolata Barche sulla Marna . La poesia racconta di un luogo reale, che l'eros e la luce di un giorno felice trasformano nello spazio di un'utopia - «...un vasto, interminato giorno che rifonde/tra gli argini, quasi immobile, il suo bagliore/e ad ogni svolta il buon lavoro dell'uomo,/il domani velato che non fa orrore»... Noi siamo abituati a pensare all'utopia come a qualcosa di eccezionale, tanto irrealizzabile quanto collocato al di fuori di ogni portata umana. "Senza luogo", suggerisce l'etimo, e fuori dal tempo, siamo indotti a pensare - perché nel tempo, appunto, il pensiero del domani fa orrore , non è che una maschera del pensiero della morte. Io credo che certe fotografie, trappole istantanee che catturano l'opera del caso, possano aiutarci a correggere il sentimento di questa irrealizzabile distanza. Negli svaghi da poveracci di Cartier-Bresson e Mikhailov insomma io leggo un'utopia concreta , senza luogo e senza tempo magari (perché l'illusione di fermezza creata dallo scatto è pur sempre un'illusione), ma disposta a balzare fuori dalle pieghe dell'esperienza, a germogliare dalla vita. Lo sguardo estetico, e in particolare lo sguardo fotografico, sono necessariamente complici di questa natura incarnata, terrena dell'utopia. Noi la riconosciamo ogni volta che l'infinita varietà delle apparenze rivela un legame segreto, diventa forma e bellezza. In questo senso, la bellezza è davvero la forma del caso, ciò che rende visibile il caso come la cresta spumosa delle onde rende visibile il passaggio del vento sull'acqua. E viceversa, il caso è l'unico luogo in cui, come in un tempio, è possibile rendere omaggio all'utopia concreta della bellezza. Cartier-Bresson e Mikhailov svolgono questo compito con vitale, necessaria leggerezza e un pizzico di ironia. Come se fosse la prima volta che qualcuno si fa soprendere a farsi i fatti propri, in un posto qualunque del mondo, un giorno di vacanza. Ma anche, come se fosse l'ultima: come se mai più la luce domenicale potesse riempire di sé argini e case e specchi d'acqua, posandosi sulle barche, sulle bottiglie di vino portate da casa, sui tubi delle discariche, sulle spalle bisognose di riposo dei mortali.