Tiziano Scarpa

La distruzione della faccia

Nei suoi ritratti femminili, non tralascia mai di mettere un segno, una piega, una grinza, una macchia rosea, un angolo afflosciato e stanco, una vena troppo visibile, qualche particolare indicante le sofferenze della vita, che un poeta tracciando la stessa immagine avrebbe certamente soppresso, a torto senza dubbio.

Théophile Gautier, Ritratti contemporanei: Honoré De Balzac.

Di recente, una rivista settimanale regalava il primo cd-Rom di un corso di fotografia. "Impariamo a osservare", si intitolava la lezione di apertura. Nel novembre 2001, un corso di osservazione della durata di pochi secondi si poteva fare nella metropolitana di New York.
Nel poster in metropolitana si vedeva la faccia enorme di una bella donna, giovane, con i capelli corti, vista di fronte. I suoi occhi guardano di lato, fuori dall'inquadratura. La giovane donna ha la bocca aperta. La lingua è rivolta all'insù, verso l'angolo della bocca, in una posa che può far pensare all'espressione "leccarsi i baffi" (per essere precisi, la lingua della ragazza sta sfiorando i denti e un labbro).
L'immagine è accompagnata da alcune scritte: "Per ora è piccolo. Non lasciarlo crescere e diventare un cancro alla bocca" (";It's tiny now. Don't let it grow up to be oral cancer"). In basso, c'è un consiglio e una consolazione: "Và dal dentista. Al giorno d'oggi fare un esame non è doloroso" ("See your dentist. Testing is now painless").
Infine, c'è una freccia che parte come una sottolineatura delle parole oral cancer, e arriva a indicare un piccolo cerchio, che evidenzia un puntino bianco sulla lingua della ragazza, di fianco.
Il puntino, si spera, è un ritocco grafico fatto al computer, semplicissimo da ottenere: basta cancellare pochi pixel, opacizzare il bianco per dare l'impressione che si tratti di tessuto organico, e sfumare il bordo del tumore. Si spera che sia un ritocco grafico, altrimenti l'alternativa è grottesca: i pubblicitari che hanno realizzato l'immagine per conto dell'American Dental Association avranno dovuto fare centinaia di provini a ragazze con la lingua di fuori. Avranno ispezionato bocche su bocche (benché testing is now painless), finché hanno trovato la modella con un principio di cancro sulla lingua...
Si tratta dunque di una foto dell'orrore! Un'immagine horror in cui l'effetto spaventoso è ottenuto con un nonnulla. Minimo sforzo, massimo risultato. Un puntolino bianco designa la morte acquattata. Il mostro sta per sprigionarsi, il cancro corroderà la linguetta che ora guizza rosea e sbarazzina.
Quella foto è un'istigazione a ispezionare gli altri alla ricerca del mostro che nascondono in un minuscolo anfratto del loro corpo, nel pozzo della faccia. A saperli guardare (impariamo a osservare!), gli altri rivelano tutta la mostruosità del loro essere altri.
Mi ricordo quanto mi infastidiva, da bambino, una zia che mi stava ad ascoltare e poi, alla fine del mio discorso, commentava: "Sei proprio uguale a tua madre, come le rassomigli! Hai fatto una faccia tipica sua..." Non mi dava fastidio che si riconoscessero i lineamenti di mia madre, o di mio padre: ma era seccante che qualcuno mi considerasse solamente come portatore di lineamenti e smorfie famigliari, e non come portatore dei miei significati, delle cose che stavo dicendo io. Ciò che mi sforzavo di comunicare veniva trasceso, scavalcato. Mi sentivo tradito.
(D'altronde, non è proprio così che guardiamo gli altri mentre ci parlano? Esprimersi non è forse una lotta per trascendersi? Quando parliamo, sul nostro volto si svolge un combattimento: un muso, una superficie corporea cerca di diventare faccia tramite la sua espressione e ciò che dice.)
Anche la ragazza che fa quella smorfia viene tradita dalla fotografia. Lei fa una faccia precisa, con un significato inequivocabile, e la foto per tutta risposta evidenzia un difetto del suo volto. La ragazza non sembra affatto impegnata a esibire il suo cancro orale. La smorfietta della lingua ha un significato, vuole averlo, non è fatta tanto per tirare fuori la lingua e mostrare il puntino bianco. È una smorfia talmente significativa da indurre a pensare che la ragazza stia guardando di sguincio un bell'uomo, e gli stia facendo un apprezzamento sessuale, accennando a leccarsi i baffi. Presumendo in lei un apprezzamento sessuale forse si esagera: ma non troppo, a giudicare ciò che ne hanno scritto alcuni giornalisti, quando la campagna della American Dental Association è stata lanciata in molte città degli Usa: "a cute, Audrey Hepburnesque little minx, flirtatiously darting her cancerous tongue out of her mouth" (James Norton su flakmag.com).
Sta di fatto che la smorfia e il guizzo della lingua comunicano un preciso atteggiamento facciale portatore di significato. Vale la pena di insistere su questo punto: se quello non è semplicemente un viso spaparanzato che non vuole comunicare nulla, ma una faccia che sta esprimendo una smorfia significativa, allora la foto sta guardando questa donna in maniera simile a come mi ascoltava mia zia.
Quella faccia crede di significare ai nostri occhi un apprezzamento sessuale verso una terza persona che non siamo noi che la guardiamo in metropolitana (lettura estremistica), o comunque crede di comunicare una smorfia significativa (lettura moderata), e invece sta rivelando, a sua insaputa, di essere un mostro potenzialmente orrendo (lettura estremistica), o comunque sta mostrando di avere un principio di cancro (lettura moderata).
A voler caricare i toni, sommando le due letture estremistiche, si può immaginare che il cancro in via di sviluppo sia la punizione che la donna patisce per aver fatto un apprezzamento a un terzo personaggio, un personaggio che non siamo noi che la guardiamo, mentre soltanto noi conosciamo la verità, ignota persino a lei che ne è la portatrice inconsapevole: "Brava, imbecille, comportati così, mostrati colpita dalle attrattive di un altro e non da me, fa' pure la spavalda che accenna smorfie scurrili, dichiara il tuo appetito sessuale... Intanto fai schifo, c'hai la morte in bocca e neanche lo sai!"
La protagonista di Crudele Zelanda, un romanzo di Jacques Serguine, è un'inibita sposina vittoriana presa in ostaggio dagli aborigeni. A un certo punto la spogliano nuda e le fanno fare una corsa nel loro villaggio. Lei si vergogna moltissimo, non è mai stata vista nuda in vita sua. Per di più, si rende conto che la corsa farà ballonzolare le sue natiche e il seno, evidenziando i suoi attributi sessuali. Allo stesso tempo, però, si consola pensando che correre l'aiuterà a dissimulare la propria nudità rendendola indistinta e sfuocata nel flusso del movimento. È una strategia di consolazione rudimentale, ma forse non sciocca. Finché ci muoviamo, gli altri non ci possono ispezionare. Non possono misurare la quantità di difetto, di differenza, di sesso, di tipicità, di alterità, di mostruosità, di morte che ci portiamo addosso.
La fotografia, questa autopsia dello sguardo, è la forma di conoscenza che scavalca la volontà di significare espressa dal mondo. La fotografia trascende l'espressione facciale del mondo per stanare i suoi difetti - le sue differenze, il suo sesso, la sua tipicità, la sua alterità, la sua mostruosità, la sua morte...
Quando guardiamo una fotografia, compiamo un atto di autopsia dello sguardo. Gettiamo uno sguardo autoptico sul cadavere di un'immagine. L'immagine se ne sta ferma, non soggetta al movimento né alle variazioni della luce, possiamo esaminarla nel suo agevole (per noi) stato di rigidezza cadaverica. Gettiamo uno sguardo sul cadavere dell'istante, sulla quantità di tempo morto nella foto, la durata dell'esposizione fotografica in cui la luce si è fissata sulla pellicola (o è stata catturata da una macchina digitale) quando la fotografia fu scattata. Ma soprattutto compiamo un'autopsia sullo sguardo del fotografo, dissezioniamo il cadavere della sua occhiata che si è fissata sull'immagine. Analizziamo lo sguardo del fotografo che ha scelto un'immagine, lo sguardo che si è posato su di essa per il breve tempo dell'esposizione, ed è rimasto in ostaggio perpetuo dell'immagine. Nel caso di interventi grafici, manipolazioni, corredo di scritte, didascalie e segni (ma anche soltanto con lo sviluppo e la stampa, che sono già manipolazioni), contempliamo il processo di imbalsamazione e confezione dell'immagine, decodifichiamo la mummia.
Al mondo capita di essere nudo o vestito, di essere superficie spalancata o nascondimento. Ogni tanto, però, il mondo si addensa in una superficie dallo statuto particolare: questa superficie è la faccia, che non è semplicemente nuda, perché è sempre vestita delle sue espressioni, è sempre in stato di scorrimento, scorre nel flusso dei moti dell'animo che essa vuole significare, o anche di quelli che si lascia sfuggire. Persino una faccia addormentata esprime la serenità o l'agitazione del sonno.
Le superfici del mondo che chiamiamo facce si sforzano di dare forma a un'espressione, in esse il mondo si offre allo sguardo non come semplice nudità, né come semplice mascheramento (o nascondimento, vestizione protettiva o espressiva), bensì come faccia: che è contemporaneamente nudità (pelle) e vestizione (mascheramento espressivo). A differenza di quasi tutte le altre superfici del corpo, possiamo permetterci di andare in giro con le nostre facce spudoratamente nude, senza provare vergogna, perché la faccia non è mai nuda. La faccia non è mai nuda perché è sempre espressiva (quando si sente nuda, la faccia arrossisce).
Poi arriva una foto, e toglie la faccia al mondo, vede una nudità là dove c'era un'espressione. Esponendo il cadavere dell'immagine, la foto offre l'immagine all'autopsia dello sguardo. La fotografia coglie molto più dell'espressione, vede chiaramente il dettaglio che è sfuggito al controllo della volontà espressiva della faccia, lo fissa. Lo può indicare, lo può isolare con un circoletto, spostando completamente il baricentro dell'espressione di quel volto, cambiandone completamente il senso. Ma cogliere ciò che sta al di là dell'espressione equivale a distruggere la sua energia comunicativa.
"Guarda che cosa ho scoperto!" dice la fotografia. "Credevo di osservare un'espressione, e invece ho individuato la morte!"

La fotografia prende tempo. Nelle sue immagini manca il flusso del tempo, a cui la fotografia rinuncia: per avere, in cambio, l'illimitata atemporalità dello sguardo autoptico. Ma i volti e le superfici del mondo diventano facce dentro il tempo, grazie al tempo, che è la dimensione dove la nudità della pelle si maschera di espressione.
La fotografia distrugge la faccia perché scavalca sistematicamente l'espressione. Non esiste faccia laddove esiste fotografia. Non esiste ritratto fotografico: nessun fotografo ha mai fatto un ritratto. I fotografi e le loro macchine fotografiche possono fare solamente autopsie, diagnosi postume. Il ritratto fotografico non è uno sguardo che ha colto l'espressione di un volto: è uno sguardo che ha fatto una diagnosi, che ha distrutto una faccia. La fotografia ha visto la morte in agguato su una faccia: e non perché, banalmente, ha stanato l'indizio di una malattia mortale, ma perché ha ridotto a nudità e superficie ciò che era flusso espressivo e volontà di significare.
La fotografia (impariamo a osservare!) rivela che ogni faccia non è che superficie e nudità, non è che pelle.
Non esistono espressioni. Non esistono facce. Il mondo è nudo e superficiale. Il mondo non significa nulla.