Predrag Matvejevic’

L'altra Europa

Altra Europa è un termine impreciso, forse di proposito. Cosa può essere altro in questa parte dell’Europa? Cosa c'è di europeo in quell'alterità? L'Europa nel suo insieme non è più quello che era. Ciò che veniva chiamato il Terzo Mondo è anch'esso mutato. Ci sono alcuni che ci propongo-no addirittura un Quarto Mondo che non corrisponde a nessun utopia. La storia si adatta a queste ambivalenze, la politica ne trae partito. La retorica ne abusa.
Questa parte del nostro continente ha vissuto vicende storiche particolarmente provanti. Vi sono vestigia degli imperi sovranazionali e resti dei nuovi Stati nazionali; idee di nazione dell’ ottocento e ideologie internazionaliste del XX secolo; retaggi di due guerre mondiali e tracce di guerra fredda; vicissitudini dell’Est e dell’Ovest del nostro continente; relazioni ambivalenti fra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo; legami e fratture fra il Mediterraneo e l’Europa, fra l’Unione europea e “l’altra Europa”. Varie divisioni e faglie, diverse linee di demarcazione, frontiere materiali e spirituali, sociali, culturali e altre ancora…
I Balcani vengono spesso identificati a oriente dell’Europa, secondo l’angolazione dalla quale li si osserva e il punto di vista che si adotta. Vista dal centro del nostro Continente, questa “zona turbolenta” comincia forse già a Monaco di Baviera o a Vienna (si riporta la famosa battuta di Metternich che riguardava una Vienna più balcanica che mitteleuropea); gli abitanti di queste due città spostano questa “frontiera incerta” verso Lubiana e Zagabria (Miroslav Krleza, il piu’ grande scrittore croato, ne vedeva il punto di partenza nel prestigioso Hôtel de l’Esplanade al centro zagabrese); gli Sloveni o gli stessi Croati la spingono ben più a est, verso Belgrado o Sarajevo, Skopje o Tirana, non senza qualche secondo fine. Dal lato orientale della penisola, persone più avvedute replicano talvolta che i Balcani sono “la culla dell’Europa”.
Nella maggior parte degli ex paesi dell’Est, il post-comunismo non è ancora riuscito a raggiungere – aime’ - i regimi che si dicevano comunisti. Le transizioni vi durano molto più a lungo del previsto. Riescono soltanto eccezionalmente a diventare vere trasformazioni, e, quando ci riescono, i risultati sembrano spesso desolanti, talvolta tragici.
Il cattivo odore dell’ancien régime ristagna ancora in molte zone del nostro continente. Un’atmosfera di avaria si diffonde. Sugli spazi di un “mondo ex”, si confronta con una realtà che sembra già compiuta senza concludersi. Molti becchini si danno da fare, senza riuscire a sbarazzarsi delle spoglie. E’ un ruolo tutt’altro che gradevole, per uno scrittore come per un fotografo.
Più di un regime proclama in modo ostentato la democrazia senza pervenire a fornirne un’apparenza appena credibile. Tra passato e presente si determina uno iato. Tra presente e avvenire appare ad un tempo un auspicio di emancipazione e un residuo di assoggettamento. Da più di dieci anni, io chiamo questo non-luogo ambiguo con il nome di “democratura”.
In essa incontriamo molti eredi senza eredità. Vi si fanno spartizioni senza che rimanga granché da spartire. Si è creduto di conquistare il presente e non si riesce nemmeno ad avere ragione del passato. Vi nascono certe libertà senza che si sappia sempre cosa farne e rischiando di abusarne. E’ stato necessario difendere un patrimonio nazionale - ed oggi bisogna, in molti casi, difendersi da quello stesso patrimonio. Altrettanto dicasi per la memoria: si doveva salvaguardarla - ed essa sembra adesso voler punire quelli stessi che l’avevano difesa. Il ritorno al passato è soltanto una chimera, il ritorno del passato è una vera tragedia.
“L’apocalissi c’è già stata”, mi assicura un amico bosniaco, “bisogna viverla a ritroso, per continuare a vivere.” Nel cuore dell’Europa, proprio vicino alla sua “culla”, abbiamo potuto vedere oltre duecentomila morti, più di due milioni di esiliati, sfollati, spostati o emigrati, città e paesi in rovina, ponti e edifici, scuole e ospedali bombardati e distrutti a colpi di cannone, templi e monumenti rasi al suolo o profanati, violenze e torture, stupri e umiliazioni, etnocidi, genocidi, “culturicidi”, “urbicidi”, “memoricidi”, ecc. - è diventato necessario forgiare tanti nuovi termini dopo Vukovar, Sarajevo, Srebrenica, Mostar, Krajina, Kosovo ecc.
Non avrei mai potuto immaginare alcuni di questi eventi senza le testimonianze che ci hanno fornito le fotografie. Ho incontrato varie volte fotografi sulle vie fangose dell’altra Europa, sui crocevia variopinti dei Balcani. Non avrei scritto alcune mie pagine se non avessi visto le loro opere.
Devo aggiungere che la loro arte supera la testimonianza in quanto tale - la rende piu’ acuta e altrettanto tragica.