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Erri De Luca
Fotografia
La luce è in lotta con l’apertura dell’occhio,
tende ad accecarlo. Più è forte e più la palpebra
si serra. La retina ha un’emulsione simile alla pellicola,
un’anima d’argento che si incide. L’otturatore
accoglie solo la dose di luce che può sopportare, è
una porta stretta tra l’incendio e il buio. E la focale, come
l’occhio, esclude molto campo. Differenza tra i due è
che l’occhio ha la lubrificante grazia delle lacrime. Non
è stata pensata la macchina fotografica che abbia occhi di
uccello sulle due metà dell’orizzonte. Così
abbiamo un solo frammento di luce e di campo davanti. Sembra così
poco la fotografia, però quando di tanta abbondanza di sguardo
niente ci è rimasto, lei riporta in salvo un fotogramma e
da quello ricostruiamo l’intero luogo e tempo, per gemmazione
d’immaginazione, per rifioritura del ricordo. Dall’angolo
stretto vediamo ricomporsi il resto del paesaggio, dall’attimo
di luce rinasce l’intero giorno, fotografia allora è
seme istantaneo. Però il fotografo non è il seminatore,
anzi il raccoglitore. Fotografia è seme di per sè,
già pronto e sparso.
Raffaele La Capria scrisse un libro di prose dal titolo perfetto:
“Fiori giapponesi”. Sono fatti di carta, prodigiosi
che a versarci sopra qualche goccia d’acqua aprono all’istante
corolle scatenate di colori. I fiori di carta giapponesi hanno bisogno
di innesco uguale a pioggia. Così i fotogrammi sono un racconto
in polvere, avvenimento che passa dritto agli occhi con un colpo,
uno scatto. Niente sa ottenere altrettanto: immagina una musica
fatta da un solo accordo pizzicato insieme, una battuta sola. Sarebbe
una premessa, mentre in fotografia è lo spartito intero.
Arte moderna è già scaduta, di servizio, già
inghiottita da cinema e televisioni, sì? Macchè, perché
noi siamo e restiamo scippatori di istanti, abbiamo per artiglio
il battito di ciglia e la durata ci annoia, ci assopisce. Nessuno
al mondo finora s’è visto addormentarsi davanti a una
fotografia.
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