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Edoardo Albinati
Forte del limite
Pochi giorni fa, girellando per i musei di Berlino,
mi chiedevo perchè molta produzione contemporanea di arte
visiva mi lasci indifferente, o meglio, maliziosamente distaccato.
E mi chiedevo perchè, al contrario, l’unica cosa che
ancora risvegli in me curiosità e un brivido di piacere non
intaccato dal demone ironico, sia la fotografia. Dico il piacere
intellettuale e fisico dell’assistere a un evento sconosciuto.
Un tentativo di risposta alla prima domanda può servire forse
a introdurre il tema di quanto oggi il comune spettatore di oggetti
d’arte sia, diciamo così, in debito di riconoscenza
nei confronti della fotografia.
La sensazione di vanità delle arti visive si deve probabilmente
al loro essersi in buona misura e forse irreversibilmente consegnate
al mondo della comunicazione. A forza di mutuarne i linguaggi e
di cancellare barriere, hanno finito per assumerne anche la finalità.
Oggi il catalogo è questo, e questa è anche la carriera
effettiva che si prospetta agli artisti che vogliono aderire al
mainstream, navigando tra gli innumerevoli formati visivi disponibili.
Gente più o meno talentuosa si dedica alla costruzione di
opere che per stile, contenuti, supporti, tecniche e intenzioni
non si distinguono praticamente in nulla da una qualsiasi campagna
pubblicitaria o da un medio prodotto televisivo. Le cose che fanno,
potrebbero farle uguali per vendere un prodotto, far eleggere un
candidato, motivare una campagna di abbonamenti, stimolare una donazione,
animare un parco tematico, far pagare un canone. Oscillando, cioè,
tra pedagogia e spettacolo, tra pratica commerciale e didascalismo.
Siccome abbiamo imparato fin dai banchi di scuola la lezione sulla
rottura dei codici, la cosa non dà affatto scandalo, intendiamoci,
semmai genera un po’ di noia, di saturazione comunicativa,
il desiderio di cambiare subito canale, sempre più svelti,
sino a trovare una battuta un po’ più divertente delle
altre, un’immagine appena meno logora, qualche pensiero capace
di stimolare dieci secondi di riflessione. Tutto qui, quello che
ci si può mediamente attendere da una Biennale numero x.
Filmati, spot, murales, oggettistica, boutades di grande e medio
formato, pupazzetti fallici e non, ironici o truci, parate di merci
di vario tipo, messaggi politici (in inglese), un po’ di quarti
di bue o blocchi di telegiornale, bandierine, cruciverba, attrezzi
sado-maso, prediche ecologiche, home-video scioccanti come quelli
delle vacanze. Il tutto ammantanto da un’aria di “attualità”...
Ma allora è meglio, molto meglio andare ad attingere direttamente
alle fonti della comunicazione, e dunque alla Dreamworks, alla CNN,
al movimentismo no-global, alla propaganda islamista e BR, alle
love-parades, ai format televisivi, alla pubblicità sulle
occasioni FIAT, ai bollettini di guerra, allo sconfinato e demente
circuito della pornografia via Internet... Quella sì roba
interessante!
Voglio dire che la complessità di un’installazione
da Arsenale impallidisce davanti a Shreck o al sito di Brianna Banks
o Jenna Jameson, le dive porno perennemente accucciate.
Quelle sì che sarebbero le opere sintomatiche del nostro
tempo! Con investimenti massicci di talento.
La sfida coi grandi mostri della comunicazione, insomma, era rischiosa
e all’arte non so quanto sia convenuto mettersi nel calderone
legata mani e piedi dall’accettazione delle medesime regole.
Regole del mercato, cioè. All’interno del quale l’arte
rappresenta comunque un lusso sovvenzionato, un padiglione climatizzato
dove si sopravvive grazie a leggi protezionistiche, basate su una
supposta alterità di fini e scopi, dunque su una premessa
comunque e sempre spiritualistica: ma è una differenza che
si giustifica sempre meno visto che i prodotti che vende sono analoghi
ma di qualità spesso inferiore a quelli dichiaratamente commerciali.
Nella più vasta economia del pianeta, cioè l’industria
del tempo libero, l’arte tende a andare a occupare in modo
permanente una nicchia dove sono messe in mostra Trabant vendute
al prezzo di Rolls-Royce.
Ora, la fotografia era nata proprio come la più compromessa
con la comunicazione. Tanto da confondersi con i propri contenuti
(i “soggetti”) e dover nascondere un proprio statuto
autonomo sotto il modesto velo dell’utilità, dell’intenzione
documentaria. Una tecnica che duplicava meccanicamente la realtà
sembrava cancellare tempi e confini di elaborazione formale dell’opera,
e consegnarsi dunque al mondo degli scambi senza riparo, senza residui
spirituali. Agli occhi dei suoi critici, la fotografia era solo
un ritaglio meccanicamente separato dello spazio naturale.
Ed è dunque straordinario come sia diventata in un secolo
e mezzo il dominio della più rigorosa ricerca formale.
Abbandonato l’equivoco di dover duplicare la realtà,
non c’è forse nulla come la fotografia che oggi sia
capace di creare la realtà: creando cioè uno sguardo
non omologato, autenticamente primitivo e primitivamente filosofico,
come di chi spalanca gli occhi per la prima volta sul mondo. Un
occhio di scopritore. Mentre le altre arti visive, appunto per cancellare
l’odiosa separatezza dal mondo e il relativo senso di colpa,
inseguivano col fiato corto tutte le pratiche spurie e popolari
come cinema, fumetti, tv ecc., per ibridarsi e scontare così
il peccato della propria origine colta, la fotografia andava orgogliosamente
formando e consolidando un suo sguardo proprio, autonomo, partito
dal basso, come accade a chiunque debba costruirsi un patrimonio
e non solo limitarsi a rifiutare quello ricevuto. Un “romanzo
del giovane povero”, insomma, invece che la ribellione dei
figli di buona famiglia. Qualcosa di rudemente pionieristico e di
epico ancora echeggia nella fotografia di oggi, che è invece
malinconicamente assente, evaporato dalle altri arti. E ciò
non si deve solo al coinvolgimento fisico del fotografo, alla sua
ineludibile presenza nell’opera o per così dire alle
spalle dell’immagine, il che senz’altro rappresenta
un valore aggiunto esistenziale ed emotivo, la sensazione, cioè,
che l’immagine sia stata catturata al culmine di una ricerca
e di una lotta personale, insomma, di una effettiva azione (il fotografo
era lì, con il suo corpo messo in gioco), ma anche alla salutare
brutalità con cui essa tratta i suoi materiali, segno che
non è più succube di nessun principio illustrativo,
ma può limitarsi a mostrare ciò che è, senza
bisogno che questo sia curioso o drammatico a priori.
La drammaticità della fotografia è proporzionale al
nudo mostrarsi delle cose.
Nata come replica del già evidente, della realtà che
si suppone “data”, la fotografia oggi presenta nelle
sue opere la più marcata cornice di consapevolezza estetica
-- cioè quello scarto, quel dislivello percettivo che isola
uno spazio indicandolo come luogo della raffigurazione -- senza
avere per questo dismesso il compito testimoniale. Non esiste un
campo della ricerca visiva dove il dispendio di bravura artigianale
(un bagaglio di tecniche, scuola, manualità, intuizione,
verifica dei propri esperimenti) sia ancora indiscutibile e prezioso
e sopratutto clamorosamente evidente nella tessitura dell’opera,
quando si ha la possibilità di ammirarla dal vero. La differenza
di qualità salta agli occhi. Mentre diversi pittori anche
di primo piano nell’arte novecentesca, entusiasmanti se riprodotti
sulla pagina, letteralmente crollano alla visione diretta e fisica
delle loro opere, che si rivelano materialmente povere e rozze,
raramente questo accade nella fotografia, che anzi dà il
meglio di sè proprio quando può rivelare per intero
la grana di cui è composta.
La possibilità di distinguere un buon fotografo da uno mediocre
restituisce allo spettatore non tanto il privilegio filisteo del
poter emettere un giudizio personale, cioè di controllare
l’opera dall’alto di un sistema valutativo (che sotto
sotto ha il compito di verificare se il proprio denaro sia investito
o investibile bene...) ma al contrario lo pone nelle condizioni
rischiose di essere posseduto da essa, giudicato da essa, messo
davvero in gioco dalla presenza fisica dell’opera -- che è
poi la condizione per poter effettivamente goderne.
Ma è sopratutto la capacità di isolamento e concentrazione
che la fotografia esprime oggi al massimo grado tra le arti visive.
Intendo dire di quel “mettere in cornice” che è
un prerequisito di ogni visione, e che solamente può garantirci
di compiere una effettiva esperienza, un’esperienza di qualcosa.
In mezzo alla miriade innumerevole delle percezioni, che costituiscono
l’universo comunicativo nella cui nube siamo avvolti e che
finisce per nasconderci non meno di quanto ci nasconda le cose,
la fotografia isola e magnifica il suo dato come mettendolo in cornice,
creando, cioè, quello scalino, quella differenza per cui
il dato si rivela per noi, nel suo fulgore, e noi veniamo rivelati,
cioè liberati da quella nube di interferenze comunicative
che a sua volta ci rendeva indistinti, confusi, non reali.
Eppure, attenzione, questa cornice in verità non ha alcuna
sostanza, non ha spessore, è un purissimo filo mentale disegnato
nella precarietà assoluta del pensiero. Questa cornice capace
di far compiere il travaso della visione, affinchè nemmeno
una goccia vada sprecata o debba essere surrogata da concetti verbali,
è soltanto un effetto della forma.
Dunque, una fotografia è una fotografia, nient’altro
che una fotografia. Non è un testo ma nemmeno un commento,
non è un oggetto nè un concetto, non ha valore intrinseco,
non parla, non suona, non cola o si svuota o sporge o evapora o
viene mangiato, non fuoriesce da se stessa, non ha dimensioni date
nè temporalità, non si può manipolare, non
fa parte del corpo di qualcuno anche quando riproduce il corpo di
qualcuno. E sopratutto non sostituisce la mente di chi la guarda.
Le cose che appaiono nella sua immaginaria cornice, anche se si
riferiscono a ciò che è stato e non sarà più,
appaiono per la prima volta nella storia del mondo.
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